Cibo-tempo-Colori
Persone e voci da Sant’Elia ai Mercati Civici
Cibo e Borgo
“A quei tempi…”. Così, spesso, esordiscono i più anziani quando gli si chiede di raccontare del cibo al passato e del cibo nel presente. La “roba da mangiare” è un potente catalizzatore di storie “su quei tempi” che poi, a Borgo Sant’Elia, sono gli anni della guerra e del lungo dopoguerra cagliaritano, i lunghi anni del Lazzaretto.
Anni che visti dal piatto sono fatti di penuria, a volte qualcosa di più. “C’era la fame” dicono spesso, a sfatare il mito dei “bei tempi andati”, in cui il cibo era più buono perché tutti si era più buoni. Ma il pesce sì, “aveva un sapore diverso”. “C’erano altri pesci”, pesci che non ci sono più, o che sono diventati più rari. A quei tempi, accenna qualcuno, il pesce era talmente buono che non c’era bisogno di condirlo, se non col sale. Bastava a se stesso, non aveva bisogno dei pennelli dello chef, arrostito così com’era al carbone, in barca dagli uomini e a casa dalle donne.
Ma quelli, al Borgo, erano anche i tempi del poco cibo, della pappa americana, del pane raffermo, della zuppa di fave, dei secchi colmi di rancio delle caserme vicine, dei cibi scaduti ma ancora buoni da mangiare, dei “Cirio” da svuotare per farci il sugo e, una volta svuotati, buoni per fare la bomba per la pesca. Un cibo che proprio perché poco e povero è presto dimenticato senza rimpianti da chi è partito, in continente o all’estero, portando con sé, al rientro, anche nuovi stili alimentari. Erano anche i tempi della carne (poca), del pane, di qualche gatto e delle onnipresenti minestre.
Il pesce sì, quello c’era sempre, almeno nelle memorie. Polpi, monachelle, sparlotte e una ricca teoria di pesci che più si allontanano nel tempo più sembrano diventare numerosi e saporiti. Ancora più gustosi perché chi li racconta, ricorda, con essi, anche la propria infanzia, la propria famiglia, i propri vicini, le relazioni in un luogo buono da rievocare anche se, forse, non altrettanto buono da vivere. Un posto che non c’è più. Il Lazzaretto occupato, che ha prodotto un posto che è ancora c’è, il Borgo, e che proprio da quel luogo ha visto la luce.
“È cambiato il mangime dei pesci, è per questo che si cambia il sapore”: il decadimento dei fondali cambia il sapore dei pesci e con esso i gusti di chi li mangia. Il pesce venduto ai mercati non è più solo quello pescato: alcune specie sono quasi sparite, altre sconosciute, colorate ed esotiche, si trovano impigliate tra le reti, talvolta fin sui piatti degli abitanti del Borgo. L’allevamento risponde alle nuove esigenze in maniera più efficace e i pescatori fanno fatica a stargli dietro.
“A quei tempi, quello c’era, di lavoro: il pescatore”. E dunque mangiare pesce o venderlo e scambiarlo. Ma oggi i delfini, la pesca a strascico, i vincoli, i costi spingono tanti fuori dal golfo, verso altri mari dove la pesca si fonde col turismo e i pescatori di ieri fanno (anche) altri mestieri. Ed è forse anche per questo che oggi, al Borgo, si mangia un po’ di più come nel resto della Sardegna o del mondo.

