Cagliari Generazione Rock
Frammenti degli anni ottanta
Click Rock
di Mauro Fantini
La fotografia è molto più vecchia del Rock eppure si trovano bene insieme, in questa mostra di Massimo Migoni, a raccontare un pezzo di storia recente, nei primi anni ottanta. Una storia scritta da una città, Cagliari e hinterland, e dalla voglia di ribellione di ragazzi, giovani allora, che comunicavano adottando un vocabolario rock, fatto di musica, gestualità e anche di parole, mutuato da esperienze derivate da oltreoceano ma ormai diventato abbastanza adulto, dopo una trentina d’anni, per identificare a tutti gli effetti una forma di espressione artistica.
Se sei giovane e hai qualcosa da dire, allora urlala. Così hanno fatto anche High Voltage, ClapTrap, Cult of Destiny, The Clap, Jeffrey e la sua Band davanti alle ottiche, spesso grandangolari, dell’Autore. C’è una spontaneità contenuta(?) dalla regia o una regia che fatica a contenere la spontaneità(?) Difficile dirlo.
Il risultato sorprende: quasi un processo osmotico dove il fotografo diventa soggetto e il soggetto diventa fotografo, anzi di più; Migoni diventa il quarto, il quinto, il sesto uomo della band, di ogni band. Ne cattura la forza dirompente, il ritmo primitivo, l’uso vantaggioso dei bicordi sui quali appoggiare pentatoniche infinite. E traduce tutto in bianco e nero.
Volutamente non appare nessuna immagine di musicisti in azione, eppure tutto riconduce inequivocabilmente a quella musica, a quel periodo e a quei luoghi.
Tutti uguali, tutti vestiti allo stesso modo, questi figli del Rock e nipoti dei fiori? E chi lo dice? quelli che lacravattasullacamiciadentroipantalonisottolagiacca? No, ognuno di questi ragazzi di allora ha una storia, un motivo diverso per amare il Rock e diventarne complice. Per sempre? Tutte le storie d’amore, quando incominciano, sono per sempre. Qualcuno è rimasto fedele Marco Rocca, Raffaele Cuomo, Alberto Sanna, Jeffrey, Fabrizio Rizzo.
Qualcun altro non suona più ma per tutti non è sbiadito nel tempo il ricordo di quella esperienza, vissuta certo con molta ingenuità ma anche con qualche certezza: Il Rock, che qualche solone dava per spacciato, appena nato, è più vispo che mai. L’incubatrice? L’energia dei ragazzi, la loro voglia di urlare se stessi, perchè gli altri sentano; il rock non ha bisogno di passaporto, supera le frontiere, scavalca le culture, irride i regimi; il rock, capace di riunire mezzo milione di persone (Quanti sono i leader democratici capaci di fare altrettanto?) che si muovono all’unisono, seguendo un ritmo facilmente prevedibile eppure affascinante nella sua ovvietà.
Un piccolo ma significativo frammento di rock, nato lontano e vissuto a Cagliari e hinterland nei primi anni ottanta, ritorna in questa mostra, luccicando qua e là tra atteggiamenti sfrontati e la durezza dei dettagli, tra fuori fuoco onirici e gesti irriverenti, tra sguardi diretti verso l’obiettivo e sguardi che non sanno dove andare, in un palcoscenico che diventa un morphing senza fine tra il Bastione di Saint Remy e una città in crescita, una caserma senza più militari, una periferia come tante, una spiaggia senza estate, il Bastione di Saint Remy…
In tutte le immagini c’è, prepotente, una grana fotografica che se ne frega della definizione rigorosa, da manuale; l’autore adotta “lo sporco” piuttosto che “il pulito”, preferisce il “Gain” al “Clean”; l’immagine diventa suono, il suono acquista una sua immagine.
La mostra diventa Cagliari Generazione Rock.
Le opere esposte, 76, fanno trasparire un percorso fatto dall’Autore accanto fisicamente ai protagonisti, fino a condividerne la cultura. E si vede. Nella forza asciutta del bianconero c’è tutto il bianco e il nero di ogni ragazzo, il si e il no, il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto, la purezza di chi vuole cambiare il mondo.
Si sente, il rock, intendo. I suoni grossi come la grana e ancor più le voci che cantano parole ma ne urlano altre. Si sente. Si sente il profumo di valvole calde, di amplificatori accesi da tempo, si sente questa voglia di input.
Il rock è morto?
Guardate questa mostra.
Cagliari una generazione Rock
di Giacomo Serreli
Allora la si battezzò “scena musicale indipendente”; verrebbe subito da chiedersi: “indipendente da chi o da che cosa”. Se il riferimento é rivolto ad una certa autonomia dalle megastrutture di produzione e distribuzione musicale il termine indipendente ha le sue ragioni d’essere; più limitatamente se si vuole alludere a esercizi sonori lontani dalle influenze del rock d’oltremanica o d’oltre Atlantico. In questo caso quelle matrici musicali hanno finito per segnare anche le bands spuntate come funghi in una città come Cagliari e il suo hinterland agli albori degli anni Ottanta; per loro il momento di confronto e di ispirazione era ovviamente ancora legato alle note che arrivavano da oltre Tirreno.
Da città come Milano, Firenze o Bologna dove moltissimi giovani, disillusi e carichi di rabbia e d’ironia, avevano imbracciato strumenti e sposato la causa dissacratoria ed energica del punk per respingere i miti della facile canzonetta e ritrovare un nuovo appiglio alla vita in un paese ancora prostrato dagli anni di piombo.
Dunque la fantasia sonora maturata a Milano o la spregiudicata ribellione del movimento del ‘77 che aveva come sua base musicale la poliedrica città bolognese, finirono per contagiare agli inizi di quel decennio, anche la statica scena isolana dove cantine e garages cominciano ad essere prese d’assalto dai nuovi rockers che si reputano indipendenti dai canonici meccanismi del produrre e confezionare musica e che, pur con una giustificata dose di ingenuità intendono anche loro appropriarsi del nuovo verbo musicale proposto nel “continente”. L’interesse musicale del resto é ancora saldamente ancorato al rock.
Lo testimonia un’indagine che nel cuore degli anni Ottanta ha condotto a Cagliari, su un campione rigorosamente equilibrato di 500 giovani, il Laboratorio Musicale di via Corte d’Appello.
L’indagine statistica sui gusti musicali dei giovani cagliaritani indicava ancora un predominio del rock negli interessi comuni; quasi il 43% degli intervistati predilige l’ascolto del rock, il 22% la musica da discoteca, il 16% il jazz, quasi il 13% la classica ed il 5% il funky. Rock sia dunque. E già nel 1980, quando il punk si é smarrito per strada ed emerge una più morbida new wave, il look a base di capelli a spazzola e giubbotti in pelle anima i tanti giovani che, nella penombra di uno scantinato o di qualche garage e cantina “rubato” ai genitori, armeggiano attorno agli strumenti per produrre la nuova musica. La nascita dei nuovi gruppi in una città come Cagliari, ma non dissimile era lo scenario di altre grandi città isolane, é all’insegna di una musica ad alto tenore di decibel; chiassosa ed elettrica, perché più facilmente fruibile per indirizzare la rabbia da scaricare con le note.
Tra i primissimi ad affacciarsi sulla scena i Crepesuzette, band costituitasi nel 1981 dall’incontro di musicisti provenienti da precedenti esperienze con Splashdown e Dream of Mishore. A guidarli è Davide Catinari e il gruppo fa il suo esordio in pubblico nel dicembre di quell’anno, pochi giorni prima di Natale, al Rock House del Poetto. I riferimenti ai Sex Pistols sono evidenti per la band che poi approda a sonorità che richiamano quelle dei gruppi inglesi della 4AD ma anche dei Simple Minds.
Faranno da apripista al concerto dei Soldier of Fortune al palasport nel 1982 e saranno anche i primi a sfruttare la suggestione delle immagini producendo alcuni video di loro canzoni: “Love is fashion” e “Look of destiny”. Primi anche ad approdare ad una incisione discografica con l’inserimento del loro “Killing japanese” nell’antologia “Rockgarage vol. 4”, edito su vinile dalla Materiali Sonori nel 1984.
A scandire nei primissimi anni Ottanta il risveglio musicale del capoluogo sono anche gli SS20 con il loro sound rabbioso. È hard core di quelli veloci e trascinanti dopo un avvio in stile punk. Da quel gruppo, dopo l’abbandono del cantante Nicola Macciò che di li a poco farà parlare di se nelle vesti di Joe Perrino, prendono le mosse i Claptrap. Recuperano il repertorio del gruppo madre nel quale avevano suonato sia il bassista Raffaele Cuomo che il chitarrista Marco Rocca. Un punk rock tagliente che hanno modo di documentare nel primo vinile di una band sarda della scena indipendente uscito nel 1986.
Dal titolo di una canzone dei Police prendono spunto altri tre giovani cagliaritani per metter nel 1983 su i Masokotanga. A guidarli è Alberto Sanna e il gruppo si pone in evidenza perchè sceglie di cantare canzoni originali in italiano. Nell’autunno di quell’anno sbucano fuori anche proposte quantomeno curiose e atipiche.
Come quella dei Clap che mise in piedi una sorta di pop etnico con agli esordi perfino un brano con testo in etiope, rielaborazione di un fumetto di Otto Gabos! Loro coetanei i Nice Ray, una formazione ridottissima che comprendeva tastiere , basso e la voce della cantante Rosi Pingiori.
Una meteora come tante in quegli anni di rock a Cagliari e tra i primi a segnare anche la produzione di un videoclip per il brano “Long dream” per la regia di Antonello Ottonello.
Interessante e sottovalutato il lavoro, a partire dal 1984, anche di un’altra formazione quella dei Slourein, con un rock di ricerca e sperimentale con strizzate d’occhio a atmosfere mediterranee e sarde.
Animano la scena cagliaritana con il loro hard rock ruvido invece i Rude Boys, almeno tra il 1982, anno di nascita e il 1985, anno in cui decidono di fare il grande salto per trasferirsi a Londra per due anni. Un’altra band, gli Agorà, formatasi nel 1984 esordisce in pubblico con un concerto all’Eliseo di Nuoro per proporre una “new wave elettronica” nella quale si amalgamano a volte sonorità mediterranee.
Canzoni brevi e ritmate dalla struttura semplice ma avvolgente con l’uso di testi in inglese sono gli ingredienti sonori invece dei Vapore 36, formazione costituita a Cagliari nell’inverno del 1983 su iniziativa di alcuni studenti universitari di Lanusei.
Su altri lidi viaggiano le scelte musicali dei Tomato Ketchup divertente band allestita nell’estate del 1982 da alcuni dei componenti del gruppo di musica etnica Suonofficina. Brani dai testi demenziali, infarciti di ironia e trasgressione.
Quanto mai eccentrico anche il gusto dei Loskos, nati nei primi anni Ottanta. Checco Loche alla batteria, Massimo Ferra alla chitarra, destinati poi a ben differenti carriere, e Alberto Susnik al basso si presentavano indossando abiti sgargianti e proponevano un rock duro e ironico.
Al garage sound delle band americane degli anni Sessanta si rifanno invece i Mellowtones di Joe Perrino, la cui prima uscita ufficiale è dell’aprile del 1985 al teatro del Cep. Inizio di una carriera fulminante che cattura l’attenzione anche fuori dall’isola.
Persistono in quell’avvio di anni Ottanta a Cagliari anche band più vicine a certo pop e sostenute da una nascente industria discografica locale come La Strega Records. È il caso del Gruppone nel quale si inserisce già dal 1981 Jeffrey Salaris che nonostante la giovanissima età mostra grande dimestichezza con il palco e pregevoli doti vocali. Con lui il suono s’indurisce con esaltanti cover di Deep Purple, Led Zeppelin o Queen. Molti di quei suoni rimanevano però costretti nel chiuso di quelle artigianali ed approssimative sale prove perché la sensibilità per creare spazi idonei per esibirsi non aveva attecchito. Soltanto la testardaggine e la passione di questi nuovi rockers poteva in qualche modo determinare l’uscita da quel pericoloso vicolo cieco.
Nell’arido panorama delle strutture pubbliche inaccessibili per quella musica, fa capolino la coraggiosa iniziativa di privati che mettono in piedi locali idonei per le esibizioni delle bands cittadine. A Cagliari spiana la strada il “Rock House” allestito sulla Rotonda dello stabilimento balneare del Lido, punto di riferimento per i nuovi gruppi e i sempre più numerosi appassionati del genere. Le occasioni per esibirsi per i gruppi sardi sono comunque sempre sporadiche, anche se qualche amministrazione locale strizza l’occhio alle nuove bands offrendo loro opportunità per suonare in occasione di rassegne come “Un’ estate a Cagliari” che, già nel 1982, diede ospitalità a Crepesuzette e Loskos.
I gruppi nascono ormai come funghi; la scena pullula di una miriade di formazioni e le occasioni per proporsi si moltiplicano nella seconda metà degli anni Ottanta con l’avvento di rassegne, come “Rock Area” a Tonara e concorsi radiofonici come il “Flash festival” che, ispirato da Francesco Abate ed Enrico Spanu per l’emittente Radio Flash, ha avuto il grosso merito di portare alla luce del sole le tante ignote band che provavano in oscure cantine e garage.
E alcuni dei protagonisti di quel vorticoso fermento musicale che ha attraversato il capoluogo sono sopravvissuti, ancora imbracciano strumenti e calcano palcoscenici anche se il loro percorso espressivo ha subito deviazioni e sperimentato nuove scelte. Eccoli dunque i “padri” di quella scena ancora oggi animare piccoli locali e proporsi su dischi non più in vinile. Alberto Sanna, Marco Rocca, Nicola Macciò, Jeffrey Salaris, solo per limitarci ad alcuni di quelli che le istantanee e di questa mostra ritraggono nella stagione del loro debutto, sono ancora qui a affermare una vitalità e una voglia di esprimersi, eredità di quello spirito degli anni Ottanta.
E certo oggi può anche far sorridere quel loro modo di atteggiarsi davanti all’obbiettivo della macchina fotografica di Massimo Migoni. Come sembrano persi in un mondo lontanissimo certi simboli estetici del loro essere artisti.
Pesanti stivali, giubbotti in pelle,sottili bretelle, borchie, jeans, bandane, camicie variopinte, occhiali scuri sono gli elementi di un look attraverso cui caratterizzare anche lo stesso valore espressivo delle musiche proposte. I suoni duri del punk, quelli più solari di certo garage, all’opposto quelli più tenebrosi del dark. E in alcuni frangenti quei simboli estetici hanno il loro sopravvento sulla persona fisica che li indossa: diventano essi stessi protagonisti dell’immagine, al punto da scalzare dall’interesse del nostro sguardo i visi e le posture dei musicisti.
Contano, per il loro impatto, molto di più quei pesanti anfibi, benché luccicanti, sul terreno polveroso; anche quella vecchia Ford Taunus sul cui cofano anteriore si adagiano quattro rockers e perfino quelle cucine e altri elettrodomestici che ingabbiano l’imberbe sguardo di Jeffrey.
Certi sguardi sembrano voler rappresentare una trasposizione di quei suoni: duri come i visi contratti, i sogghigni che accentuano un sorriso astioso; più rarefatti e impalpabili come sembrano voler affiorare dagli occhi che puntano altrove, per nulla attratti dall’obiettivo. Insomma non è difficile individuare i modelli di riferimento artistico e espressivo dei protagonisti di quella scena musicale cosi come ce li restituiscono queste istantanee che hanno il pregio anche di esaltare la città che li ha visti agire.
Location che rendono evidenti angoli e scorci di una città certo cambiata nell’arco di questi ultimi trent’anni, cosi come è talvolta cambiato il percorso musicale dei giovani della stagione degli anni Ottanta.
Una Cagliari che di rende pienamente riconoscibile però nel colpo d’occhio formidabile dal bastione di Saint Remy; che svela i segni del suo trasformarsi da certi poderosi cavalcavia o dai graffiti che imbrattano i muri. Insomma quello che si dipana tra questi scatti è fondamentalmente il percorso di quell’anima rock che ha pervaso una generazione di musicisti, tra rabbia e disillusione, che ha avuto il pregio di agitare una stagione a taluni apparsa irripetibile.
Che forse non è stata capace, se non in rarissimi casi, di cantare e descrivere le problematiche e le ansie di una città in evoluzione. Proprio perchè si è legata a modelli espressivi marcatamente d’importazione, meno facili da metabolizzare per adattarli alle specifiche problematiche di quel contesto urbano locale come invece sarebbe avvenuto di li a pochi anni con l’avvento di nuovi modelli come l’hip hop o il rap.
Una stagione che però ha lasciato in eredità alle generazioni più giovani la testardaggine di inseguire la passione per la musica, la voglia comunque di cercare di esprimere i propri sogni, in un contesto nel quale non era semplice far veicolare la propria musica.
La produzione discografica era allora un miraggio per molti.
Era ancora all’orizzonte, ma irraggiungibile, l’era di Internet che ha radicalmente cambiato quelle opportunità a vantaggio dei giovani musicisti di oggi.
Presentazione
di Antioco Floris
In un periodo di cambiamenti epocali per l’università – che riguardano il suo assetto generale, profondamente modificato a seguito dalla recente riforma, come pure le modalità di organizzazione della vita quotidiana – anche le biblioteche modificano il modo di collocarsi all’interno della comunità e adeguano le proprie strutture alle rinnovate esigenze di studio e ricerca.
Il nuovo ordine dato di recente alla miriade di biblioteche d’Ateneo, non più indipendenti e disaggregate, ma collegate in un insieme organico all’interno di distretti disciplinari, ha permesso sia di razionalizzare le risorse, sia di osservare il proprio ruolo da una prospettiva nuova.
È in questo quadro che è stato possibile concepire l’istituzione di un Centro audiovisivi all’interno del Distretto delle Scienze umane, mettendo così fine a una grave carenza che costringeva studenti e ricercatori a una caccia faticosa per recuperare il materiale audiovisivo, ormai di uso comune in quasi tutte le discipline umanistiche, necessario per il proprio lavoro.
Così, dopo quasi cinquant’anni dall’attivazione di uno dei primi insegnamenti universitari di cinema in Italia, anche Cagliari ha una sua struttura dove è disponibile per il prestito e consultabile in sede materiale audiovisivo di varie tipologie: dai film di finzione ai documentari etnografici, dai reportage alle opere liriche, dal teatro filmato ai concerti. Ed è ugualmente in questo quadro di riorganizzazione delle proprie funzioni che le biblioteche assumono una responsabilità in qualche modo inedita, che le porta a non essere più semplici luoghi di conservazione e distribuzione di libri e riviste. Non è certo un fatto consueto che la sala lettura di una biblioteca dell’Università di Cagliari si trasformi in spazio espositivo, come non è consueto che diventi un luogo in cui si svolgono conferenze e dibattiti, piccoli concerti, reading di poesia…
Eppure è proprio questo quello che prevede il progetto “Incontrarsi in biblioteca”: un modo nuovo di vivere questi luoghi che devono prestarsi a ospitare i lavori di docenti e studenti che operano nel polo umanistico per socializzarli all’interno della comunità universitaria ma anche all’esterno.
È così che la sala letture della biblioteca Dante Alighieri si trasforma in sala espositiva per accogliere la mostra fotografica di Massimo Migoni, studente di Scienze della comunicazione. A dire il vero Migoni è uno studente affatto particolare, un professionista della comunicazione visiva che si avvicina all’università in età adulta per completare all’interno di un percorso accademico una formazione già strutturata e sviluppata negli anni.
Come capita però per tanti altri studenti-lavoratori del corso di Scienze della comunicazione, anche Migoni nel partecipare alla vita universitaria mette a disposizione il suo bagaglio di conoscenze e competenze favorendo la crescita degli studenti più giovani e attuando produttive occasioni di confronto con il corpo docente. La mostra “Cagliari. Generazione Rock” è un esempio di questa collaborazione.
Massimo Migoni realizza i 76 scatti di questa esposizione nella prima metà degli anni ottanta del secolo scorso. All’epoca lui ha appena finito il liceo artistico e inizia a costruire quella che nel tempo diventerà la sua professione di fotografo e grafico pubblicitario.
Dopo gli anni della militanza politica del Settantasette, l’inizio del decennio successivo è caratterizzato dalcosiddetto riflusso, dove i giovani sfuggono la sfera politica e l’impegno pubblico e cercano forme nuove di aggregazione che si manifestano diversamente da città a città. Se a Torino emergono quelli che Daniele Segre in una mostra fotografica e in un documentario chiama i Ragazzi di stadio, a Cagliari uno dei fenomeni che prende corpo in maniera alquanto diffusa è quello dei gruppi rock.
Ce ne sono tanti – in questo catalogo Giacomo Serreli ne ripercorre sinteticamente la storia – con caratteristiche diverse ma tutti accomunati da una passione che va oltre la dimensione sonora per toccare anche quella visiva: il rock non è solo musica, è anche – e forse soprattutto, in questo caso – atteggiamento sociale, gusto estetico, modello di vita. E sono proprio questi gli aspetti che colpiscono l’occhio del fotografo e su cui si ferma l’obiettivo della macchina fotografica per isolare il loro essere esteriore, la loro manifestazione fenomenologica. In queste foto infatti, salvo rarissime eccezioni, la musica e i suoi segni sono assenti. Solo elementi extratestuali richiamati essenzialmente dal titolo della rassegna che ricolloca, più di quanto facciano le foto in sé, i protagonisti all’interno di un preciso universo.
Migoni usa un bianco e nero sporco e sgranato per cogliere e sottolineare maggiormente il carattere dei protagonisti, e nel comporre l’inquadratura gioca sulle forme valorizzando gli elementi plastici, rimanda a immaginari di altre culture e di altri ambienti, tocca miti e porta i corpi di questi giovani musicisti fuori dal loro contesto sociale.
Le figure sono collocate in ambienti tersi, in scenografie stilizzate e sfumate dal bianco e nero fortemente contrastato, in luoghi che sembrano estrapolati da pellicole underground. Sul set in cui li colloca il fotografo, padroni del loro personaggio e consci del proprio ruolo nella messa in scena, i giovani rockers si mettono in posa, recitano la parte, rappresentano con naturalezza il tipo che hanno deciso di interpretare.
Svagatezza all’occasione, rabbia violenta, insulti, noncuranza si alternano sui pannelli a seconda del genere rock più o meno hard a cui si fa riferimento.
Questi ragazzi sanno benissimo che attraverso la mediazione dell’obiettivo, una volta immortalati, incontreranno degli sguardi, così guardano in camera sicuri e sfrontati, sorridono e ammiccano, cercano un’intesa col pubblico e, esaltando il potere conativo del mezzo, lo chiamano in causa.
Ma lo scambio di sguardi fra interno (rockers) ed esterno (spettatori) non raggiunge la forza del dialogo perché i protagonisti, in fondo, non hanno un proprio mondo da proporre, una storia in cui coinvolgere il pubblico. Sono là, isolati.
Quei corpi fotografici sono icone di una generazione, miti rarefati materializzati in una città di provincia che si avvia a diventare metropoli.
Antioco Floris
Responsabile scientifico-organizzativo
del Centro audiovisivi della Biblioteca
del Distretto delle Scienze Umane

